Il villaggio senza madri. Storie di una Romania che emigra

 

Ringraziamo il centro culturale italo-romeno di Milano per averci inviato un libro così prezioso, capace di tradurre in storie di vita reale quelli che troppo spesso sono solo numeri. Dietro ogni numero c’è una persona, una madre che parte in cerca di lavoro e un bambino che resta ad attenderla. Questo fenomeno ha ricadute notevoli nei paesi di partenza, in questo caso la Romania, che si trova così ad affrontare problemi sociali. E ne ha in quelli di arrivo, in questo caso la nostra Italia, che senza il sacrificio, mai riconosciuto, di queste donne si troverebbe ad affrontare disagi sociali enormi, specie nel settore della cura alle persone e dell’assistenza. Onore al merito alla casa editrice Rediviva per aver pubblicato un testo così significativo.

la redazione di «East Journal»

M-ul nu putea coborî pe hârtie, lângă celelalte litere, pentru că-l avealegat de suflet cu o promisiune de neîncălcat

La m non poteva scendere sulla carta, di fianco alle altre lettere, perché ce l’aveva legata al cuore come una promessa inviolabile […, da quando la mamma, in partenza, gli aveva detto, n.d.r.] «Conserva una lettera per me – m, come mamma – e quando tornerò, la scriveremo insieme dove vorrai tu»

Satul fără mămici. Il villaggio senza madri (ed. Rediviva) è l’ultimo libro di Ingrid Beatrice Coman, scrittrice romena che adotta l’italiano come lingua della narrazione da quando, a ventitré anni, si è trasferita in Italia. Erano gli inizi degli anni Novanta e l’emigrazione romena in Italia era ancora un fenomeno circoscritto[i]. Oggi che i romeni in Italia sono la comunità straniera prevalente e hanno sfondato il milione di residenti[ii], Ingrid scrive un testo bilingue, che alterna i racconti in romeno alla loro traduzione. Una raccolta dedicata agli italiani e ai migranti al tempo stesso, e forse anche a chi non è ancora partito e l’italiano proprio non lo conosce.

Ingrid ha sempre raccontato storie di “gente comune, anonimi eroi di una guerra quotidiana da vincere o da perdere in silenzio” [iii], ma questa volta si tratta delle storie di dieci bambini, e la loro guerra è sopravvivere all’assenza dei genitori, emigrati per lavoro in un paese straniero. “Children left behind sono stati definiti, e in Romania sono circa 350,000. Ma i numeri non dicono il dolore, la sofferenza, l’attesa.

Sembra che non siamo più capaci, senza una storia ben raccontata, di provare empatia e compassione – nel suo significato originario di “soffrire insieme”. E allora Ingrid ce ne propone addirittura dieci, di storie, che ci trasmettano la realtà delle cose, che smuovano le emozioni e non solo la ragione, e che al tempo stesso ci mostrino nel loro ripetersi che non si tratta del problema di una persona sola, ma di una ferita unica nella contemporaneità di tutto un popolo. Sono dieci storie che non finiscono, perché altre migliaia aspettano di essere raccontare. “Io ho fatto il primo passo nel loro silenzio. Invito altre penne a fare il secondo, e poi il terzo, finché tutte le voci rimaste ancora inascoltate non trovino il cuore giusto che le accolga”, scrive la Coman.

Ogni storia è raccontata tramite un escamotage, un oggetto o un simbolo che attraversa il singolo racconto e ne trasmette l’amarezza: i gioielli dati in pegno, la lettera m per mamma, il latte che non c’è, carezze rifiutate perché sono “promesse che non puoi mantenere”, il maiale Ghita. Sono racconti strazianti, perché straziante è la realtà. Eppure un messaggio positivo attraversa tutto il libro, lega il primo racconto con l’ultimo, l’idea che ci sia un filo invisibile che tiene insieme tutte le persone di una famiglia, che “unisce i loro cuori con una precisione d’artista”, un “filo invisibile (che) può allungarsi all’infinito senza rompersi o sfilacciarsi“.

Fonte:
http://www.eastjournal.net/kultura-il-villaggio-senza-madri-storie-di-una-romania-che-emigra/24712