Ingrid Beatrice Coman: «Pegno per mamme»

 

È stato recentemente pubblicato il volume bilingue Satul fără mămici / Il villaggio senza madri (Milano, Rediviva Edizioni, 2012) di Ingrid Beatrice Coman, un libro che da voce a «dieci bambini che avevano qualcosa da dire. Dieci storie che chiedevano di essere raccontate. Io non ho fatto molto – afferma l’autrice nella prefazione. Mi sono soltanto messa in ascolto, in rispettoso silenzio, in quei momenti sacri della giornata in cui tutto tace, tutto dorme, e allora si può sentire, appena sussurrata, la voce nascosta e misteriosa di chi non parla mai, ma manda fuori nel mondo le vibrazioni del proprio cuore, affinché qualcuno possa raccoglierle e raccontarle. Ho pensato: se la voce di questi bambini mi è arrivata al cuore, sul filo sottile che ci lega tutti insieme, non posso lasciarla svanire nel nulla. Questa volta l’ho raccolta io. L’ho fatto con gratitudine e meraviglia, ma anche con fatica, perché il loro dolore così timido e spaurito ti accartoccia la mente, come un giornale scaduto, lasciandoti solo il cuore per poter sentire. Loro non chiedono nulla e non giudicano nessuno. Aspettano. Una lettera, un treno, una telefonata. Un segno, insomma, che il mondo in cui si sono visti scaraventare non li abbia del tutto dimenticati. Io ho fatto il primo passo nel loro silenzio. Invito altre penne a fare il secondo, e poi il terzo, finché tutte le voci rimaste ancora inascoltate non trovino il cuore giusto che le accolga».

Pegno per mamme

Ti ricordi, mamma, era ottobre pure allora, il giorno in cui hai attraversato la soglia, con passo frettoloso e furtivo, come un ladro maldestro che sguscia fuori di nascosto dalla casa di un estraneo.

Non hai voltato la testa per salutarmi un’ultima volta, ma nel contorno morbido del tuo profilo ho intravisto le ciglia sbattere frenetiche e fare di tutto per ricacciare indietro il pianto, e ho capito che quella lacrima non pianta era per me.

Poi sei sparita fuori dalla porta, mentre la cintura del tuo cappotto rimaneva indietro, la coda di un animale spaventato che si dimena da una parte e dall’altra, come per salutare.

«Buon viaggio» ti ho detto piano, talmente piano che nemmeno io ho sentito la mia voce. Le mie labbra, benché abituate a dire ogni bazzecola senza ritegno, non trovavano la forza di pronunciare a voce alta quelle due parole così semplici, eppure più ferme in gola di una caramella filacciosa. Odiavo già la parola strada, ai miei occhi era un serpente gigantesco e ignoto pronto a inghiottire uno dopo l’altro i tuoi passi e trascinarli lontano.

La porta si è richiusa sul suono che mi sarebbe rimasto per sempre impresso nell’animo e che avrei riconosciuto tra mille: il suono di mamma-con-valigia che parte. Come un topolino in trappola, ti agitavi imbarazzata tra scuse e spiegazioni e alla fine ci hai rinunciato, perché la tua voce non ti seguiva più in quella favola improvvisata per bambini lasciati indietro e l’ultimo passo l’hai fatto in silenzio.

Per un attimo quel silenzio nuovo, dal sapore sconosciuto, ci ha uniti e tenuti al caldo meglio di una coperta di lana nel bel mezzo dell’inverno. Io sapevo che tu sapevi, e tu sapevi che io sapevo, e questo ci bastava.

Poi ti sei allontanata, e quando non ho più distinto il rumore dei tuoi passi sulle scale, ho capito che la coperta calda del tuo silenzio sarebbe rimasta a lungo la mia unica compagna. Avevi addosso un profumo di arance, te l’aveva regalato la nonna due giorni prima, e la sua scia è rimasta nell’aria per molto tempo.

Ho allargato le narici per respirarlo meglio e imprimerlo nella memoria; ho pensato che forse un giorno sarei venuto a cercarti e allora avrei potuto seguire le tracce di quella fragranza amara, come le briciole di Pollicino. E non ho aperto bocca, perché tu mi hai detto quelle parole che mi tenevano stretto in una camicia di forza: sei un uomo, figlio mio, devi essere forte, coraggioso e saggio.

Non sapevo molto bene cosa significassero, ma era chiaro che non dovevo piangere.
Che cos’è un saggio, avrei voluto chiederti, e cosa c’entra con me? Gli anziani del villaggio sono saggi. Il nonno era saggio, e un giorno l’hanno portato fuori dalla casa in una scatola di legno e da allora non l’ho più visto. Se saggio significa vecchio, allora forse devo ammassare tanti anni dentro la mia età, una decina per ognuno dei miei, e allora 6 diventerebbero 60 e mi tornerebbero i conti.

«Dov’è andata la mamma?» ho chiesto, infine, alla nonna, e lei mi ha detto, senza alzare lo sguardo dai suoi ferri da calza arrugginiti:

«È andata a lavorare, figliolo».

A lavorare? Perché, la mamma non lavora anche a casa? mi sono detto nella mia testa.

«Dove?»

«Da qualche parte, all’estero…»

«È lontano l’estero, nonna?» ho chiesto ancora, con un filo di voce.

«Lontano, figliolo…» mi ha risposto, e ho sentito che le stava venendo nella voce il tremolio di chi sta per piangere e un pensiero cupo le attraversava il volto come una mosca fastidiosa e invisibile.
Non ho osato domandare altro, non volevo far arrabbiare la nonna, ma avevo colto, qua e là, masticati in sordina agli angoli della casa, discorsi su sacrifici e bisogni e una vita migliore e soldi, che suonavano come una lingua straniera per me.

La parola soldi, soprattutto, ritornava in ogni frase, sembrava un ritornello noioso trasmesso all’infinito dai canali di una vecchia radio.

Non ho capito molto di quel pasticcio di parole spigolose e sconosciute, ma ho intuito che, in un modo o nell’altro, quel paese lontano e impietoso mi portava via la mamma e ci dava, ogni tanto, soldi in cambio e continuavo a chiedermi chi avrà mai fatto quel baratto mostruoso senza dirmi niente.

Sapevo cosa significasse un pegno dai tempi in cui, tenendomi per mano, mi portavi con te a cedere i tuoi gioielli ogni volta che i soldi finivano – prima il giro di perle false, poi gli orecchini, e alla fine anche la fede – in quello sgabuzzino buio dove un vecchio mezzo cieco, le mani pelose e avide simili a due pantegane affamate, prendeva tutto e, ridacchiando, posava sul banco pochi spiccioli.

«È troppo poco, signor Costache… » cercavi di rabbonirlo, ma lui era irremovibile, lo sguardo arcigno, pronto a riprendersi anche quel poco.

Com’era triste la sua bottega, piena di oggetti appartenuti alla povera gente, carichi dell’odore della loro impotenza e disperazione.

Non lascerò mai nulla in questo bugigattolo, mi ripetevo, nascondendomi dietro al tuo cappotto, per paura che l’uomo dalla faccia stropicciata d’avidità mi vedesse e trasformasse anche me in un pugno di denaro arrugginito.

Solo dopo che te ne sei andata mi sono accorto che esistono banchi del pegno anche per mamme. Ti immaginavo, dimenticata su uno scaffale chissà dove, lo quel tuo sguardo dolce e paziente, mentre un altro Costache, altrettanto brutto e avido, contava, nella sua lingua straniera, quanti soldi valevi.

Da allora ho iniziato a mettere da parte il soldino che la nonna mi dava per comprare una pagnotta o un croissant; come una caramella rubata, lo infilavo in una tasca cucita e nascosta nel farsetto della giacca di scuola, in attesa che diventasse abbastanza panciuta per scucirla. Quel soldo era un biscotto dato a un cagnolino malato, nella speranza che un giorno potesse guarire e seguirti.
Già, perché era questo il mio sogno nel taschino: un cagnolino zoppo che non riusciva ancora a camminare.

Tutt’oggi mi chiedo quanti soldini mi servirebbero, infilati l’uno dopo l’altro, come le collane delle zingare a fondovalle, per pagare all’estero il vecchio del pegno, affinché mi restituisca la mamma.
Da quando te ne sei andata, l’autunno è passato tre volte dal giardino. La nonna è un po’ più sciancata e silenziosa, anche se ora ha in testa un fazzoletto nuovo e ai piedi babbucce più calde.
Noi ora stiamo bene, mamma, sai, abbiamo fuoco nella stufa e pane sul tavolo e vestiti buoni e a volte persino una confezione di cioccolato.

Sono successe un mucchio di cose da quando sei andata via.

Questa primavera la notte prima di Pasqua, è nato un vitellino, nero e vellutato. Ho sentito la mucca gridare e sono uscito fuori in cortile con la nonna, proprio mentre il muso umido si staccava dal corpo insanguinato della madre. Io volevo chiamarlo Principe Azzurro, perché aveva una stella bianca sulla fronte, ma la nonna diceva che era un nome troppo lungo, così l’ha chiamato Nero.
Ho anche preso il primo premio, come piace a te, e la maestra mi ha cinto il capo con una corona di pino, pungendomi tutto, mentre la nonna rideva di me, dicendo che sembravo Gesù Cristo.

Quest’autunno è morto il signor Costache, il vecchio del pegno; l’hanno sotterrato in un giorno di pioggia e nessuno è andato al suo funerale.

Guarda, è di nuovo ottobre, come quando te ne sei andata. Fuori piove piano e il vento imbratta i vetri con acqua e foglie strappate agli alberi. Mi sono messo il pigiama con i gabbiani, il tuo preferito, anche se ormai mi sta stretto e mi spuntano fuori le caviglie.

Mi cola un po’ il naso, perché ho corso sotto la pioggia e ho preso il raffreddore. Vorrei pulirmi con la manica, come ai tempi in cui ero piccolo e tu mi rimproveravi – non sta bene, figliolo – ma le mie maniche sono troppo corte e non riesco.

Ti prego, mamma, posso ridarti indietro la sagg… sang… ehm… quella cosa per vecchi moribondi?
Vorrei piangere stasera, piano, senza farmi sentire dalla nonna, come le notti in cui avevo la febbre e tu correvi a coccolarmi.

Non voglio più essere un uomo.

Mi manca essere ancora un bambino.

Tu puoi essere ancora, per una volta soltanto, mamma?

Fonte: http://www.orizzonticulturali.it/it_interventi_Ingrid-Beatrice-Coman.html