Julio Monteiro Martins, La grazia di casa mia recensione di mia Lecomte

Julio Monteiro Martins, La grazia di casa mia, Milano, Rediviva Edizioni 2013, pp.182, € 14.00

 

Lasciare la favela / e riacquistare la favella. / Cantare / la favela carioca / con la favella toscana: affabile favola…”, e farlo poeticamente per anni, lasciandosi accompagnare dalla poesia nella riappropriazione della nuova parola, e di una fabula adatta ad essere cantata. Di questo parla La grazia di casa mia, del progressivo riemergere delle parole alla coscienza dopo il “suicidio amministrato” dell’esilio, del loro combinarsi in armonia, in “grazia”, per ridisegnare una casa davvero propria, che sia allo stesso tempo quella lasciata e quella ritrovata; il profilo delle montagne affacciate sulla baia di Guanabara dell’acquarello “anonimo” sulla copertina del libro, e la dedica in portoghese alla piccola Beatrice regalata dalla terra Toscana. Il percorso di Julio Monteiro Martins in Italia inizia con la poesia – i brevi poemi in prosa de Il percorso dell’idea (1998) – e continua ad accompagnare poeticamente la scrittura narrativa, sia all’interno stesso dei racconti, dei metaromanzi, dove si addensa in immagini traboccanti di suono, sia in parallelo, un po’ in sordina, affacciandosi in pubblicazioni saltuarie, riviste o antologie. E qui la troviamo per la prima volta riunita: trentacinque testi allineati lungo un filo trasparente, che snocciola come un colorato rosario i sassolini levigati da una lontananza metafisica, assoluta, senza nessuna scorciatoia geografica: madri, donne, bambini, battaglie, luoghi, promesse, sogni, sconfitte, paure e speranze, e tanta stanchezza innanzi al turbinio dell’essere. La poesia, quella perduta e inadeguata del primo testo della raccolta, è insieme anche quella “piccola cosa, / mentale / e inestimabile” che rimane sempre fedele, l’unica disposta a suggerire solidarietà e riposo. E Monteiro Martins le regala una definizione perfetta, il puntuale tributo di un poeta alla parola: “L’arte di disegnare / con la voce / l’idea, / per poi versarla sulle cose / e intingerle di senso”.

Mia Lecomte